Dalla ricerca alla pratica: il percorso riabilitativo nella tendinopatia glutea

Lettura di 7 min. Postato in Anca / Inguine
Scritto da Ashish Dev Gera info

Ti è mai capitato di desiderare che i tuoi pazienti avessero la stessa pazienza di cui i loro tendini hanno bisogno per guarire?

Jessie di certo non lo era. A 51 anni era più forte e in forma che mai. Due anni di corsa e allenamento di forza costanti le avevano dato fiducia, energia e quadricipiti che meritavano una pagina Instagram tutta loro. Ma poi è comparso un dolore sordo sul lato dell’anca: prima dopo le corse in salita, poi durante gli affondi, poi semplicemente dormendo su quel lato.

«Ho lavorato troppo duramente per permettere che questo mi fermi», mi disse durante la nostra prima seduta.
Ed è lì che la sua storia — e il nostro percorso riabilitativo — ebbe inizio.

Valutazione soggettiva: la runner frustrata

Jessie descriveva dolore sul lato esterno dell’anca, iniziato in modo insidioso circa due mesi prima. Inizialmente era una “sensazione di tensione dopo la corsa”, ma quando si presentò in studio riusciva a malapena a sdraiarsi sul fianco sinistro senza provare fastidio. Aveva ridotto la corsa e sostituito gli squat con allenamenti per la parte superiore del corpo, ma si sentiva comunque bloccata. Nessun mal di schiena, nessun formicolio o parestesie, nessuna sudorazione notturna. Solo un dolore profondo e persistente sopra il grande trocantere che non voleva andare via.

La sua preoccupazione principale? Perdere i progressi. «Ogni volta che mi fermo, ho la sensazione di tornare indietro», disse. Dal punto di vista psicosociale, quella frase diceva tutto: Jessie non stava affrontando solo il dolore. Stava affrontando la paura di regredire.

Valutazione oggettiva: intolleranza al carico e dolore da compressione

All’osservazione si notava un lieve cedimento pelvico durante la stazione monopodalica. La palpazione sui tendini del gluteo medio e minimo riproduceva il suo dolore familiare. L’abduzione contro resistenza e il test FADER (Flessione, Adduzione, Rotazione Esterna) erano dolorosi, soprattutto quando aggiungevo compressione. La forza dell’anca era ridotta – circa il 65% rispetto al lato opposto alla dinamometria manuale. Il ponte monopodalico e il test di step-down mostravano una lieve deriva in adduzione dell’anca e un compenso con inclinazione del tronco.

Diagnosi differenziali come dolore riferito lombare e borsite trocanterica sono state escluse. L’imaging ha successivamente confermato una tendinopatia glutea senza lesione a tutto spessore – un caso classico di quella che molti chiamano Greater Trochanteric Pain Syndrome (GTPS).

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Il piano di lavoro: dove la ricerca ha incontrato la pratica

Ho utilizzato quattro Physio Network Research Reviews chiave per guidare la strategia riabilitativa di Jessie. Ognuna di esse ha fornito indicazioni che hanno modellato sia la tempistica del suo recupero sia il modo in cui ho comunicato con lei.

1 – La terapia con esercizio rimane la strategia principale

Questa Review ha confermato qualcosa che intuitivamente sappiamo ma che spesso dimentichiamo: la riabilitazione basata sull’esercizio rimane il gold standard per la tendinopatia glutea. Ha sottolineato l’importanza della gestione progressiva del carico, dell’evitare la compressione nelle fasi iniziali e del migliorare la forza degli abduttori e il controllo del movimento.

Così, invece di riposo, abbiamo riformulato il suo piano attorno al concetto di “carico intelligente”. «Non stiamo evitando il movimento, Jessie. Stiamo scegliendo quelli giusti al momento giusto.»

2 – Considerazioni ormonali e specifiche di sesso

Questa Review ha approfondito la mia comprensione del contesto dell’atleta donna nella mezza età. Il turnover del collagene tendineo, le transizioni ormonali e la capacità di tollerare il carico possono cambiare in modo sottile nelle donne intorno ai 50 anni.
Il messaggio? La riabilitazione dovrebbe rispettare la fisiologia, non combatterla.

Abbiamo discusso di aggiustare il volume di allenamento e ottimizzare il recupero, includendo un adeguato apporto proteico e il sonno. La ricerca mi ha aiutato a normalizzare la sua velocità di guarigione più lenta del previsto, non come un fallimento, ma come biologia. In questa review, esercizio ed educazione sono stati raccomandati come trattamento di prima linea per le tendinopatie dell’anca.

3 – La mente conta: fattori psicologici nel dolore cronico laterale dell’anca

Questa Review ha esaminato le barriere psicologiche: paura del movimento, catastrofizzazione e frustrazione, tutte comuni nelle tendinopatie persistenti. Viene sottolineato che esiste una discrepanza tra la gravità della condizione e il modo in cui i sintomi si presentano. Il nostro trattamento non dovrebbe concentrarsi solo sulla struttura coinvolta, ma dovrebbe anche considerare gli altri domini legati alla salute.

L’ansia di Jessie riguardo al “perdere forza” corrispondeva a questo profilo. Ho integrato principi di esposizione graduale, reintroducendola lentamente ai movimenti che temeva (come affondi e corsa). Abbiamo anche utilizzato un modello di monitoraggio del dolore. Un dolore ≤ 3/10 durante l’esercizio e con ritorno al livello basale entro il giorno successivo era considerato accettabile. Presentare il dolore come “un’informazione, non un pericolo” l’ha aiutata a rimanere coinvolta e fiduciosa.

«Non stai rompendo nulla, Jessie. Stai allenando il tuo tendine a fidarsi nuovamente di te»

4 – Prognosi e aspettative del paziente nel recupero tendineo

Questa Review ha fornito un messaggio molto importante: la severità del dolore e la disabilità erano associate allo stress psicologico e alla qualità della vita. Questa associazione risultava più forte rispetto a quella con la forza degli abduttori dell’anca.

Questo mi ha aiutato a concentrarmi sui tempi di recupero e sulla comunicazione prognostica con la paziente. La maggior parte dei recuperi da tendinopatia richiede 3–6 mesi, con alcuni casi che possono estendersi fino a 12 mesi. Il principale predittore di outcome? La costanza, non l’intensità. Questa Review sottolinea anche che l’approccio “just load it” potrebbe ritorcersi contro se il processo riabilitativo non tiene conto di questi fattori psicologici e se il paziente non viene guidato verso il raggiungimento dei propri obiettivi.

Questo mi ha permesso di ancorare presto le aspettative di Jessie: «Non risolveremo questo problema in poche settimane. Stiamo costruendo una capacità di carico che duri per anni.» Questo ha spostato il suo mindset dalla ricerca di una soluzione rapida all’accettazione di un processo progressivo e sostenibile.

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La pratica riabilitativa: trasformare la ricerca in risultati reali

Fase 1 – Calmare il tendine (settimane 0–4)
Obiettivi: ridurre il dolore, minimizzare il carico compressivo, iniziare isometrie controllate.

  • Educazione ad evitare l’adduzione prolungata dell’anca (non accavallare le gambe, dormire sul fianco con un cuscino).
  • Tenute isometriche in abduzione (30–45 secondi × 6–8 ripetizioni) per mantenere il carico sul tendine senza aggravarlo.
  • Bridge, clams e abduzioni con elastico a bassa intensità.
  • Alternative cardiovascolari come ciclismo o ergometro per la parte superiore del corpo per mantenere il condizionamento.

La paziente ha imparato che assenza di dolore non significa “nessun carico” – significa “carico adeguato”.
Alla settimana 4, il dolore notturno era diminuito e riusciva a mantenere la stazione monopodalica per 45 secondi senza smorfie di dolore.

Fase 2 – Caricarlo per guarirlo (settimane 4–12)
Obiettivi: aumentare progressivamente il carico tensivo, migliorare la capacità degli abduttori e ripristinare il controllo funzionale.

  • Transizione dalle isometrie al rinforzo isotonico lento (abduzione in decubito laterale, ponte monopodalico).
  • Introduzione di esercizi di abduzione dell’anca con enfasi eccentrica e drill di step-down.
  • Integrazione del rinforzo del grande gluteo per ridurre il carico sugli stabilizzatori laterali.
  • Rieducazione del movimento per la deambulazione e la meccanica dello squat, riducendo la deriva in adduzione dell’anca.

Alla settimana 8, Jessie era senza dolore nella vita quotidiana e ha iniziato esercizi di corsa parziali. Alla settimana 12, la forza di abduzione dell’anca era simmetrica entro il 10%.

Fase 3 – Costruire robustezza (mesi 3–6)
Obiettivi: ritorno alla corsa e al pieno allenamento di forza senza paura o riacutizzazioni.

  • Intervalli progressivi corsa–cammino (inizio: 1 min corsa : 2 min cammino, fino a correre 20 minuti continuativi).
  • Progressioni pliometriche: balzi, piccoli hop laterali, step-up con resistenza.
  • Reintroduzione dei sollevamenti in palestra: squat con carico, stacchi da terra, affondi laterali.
  • Monitoraggio del dolore e “check-in” settimanali per regolare il carico.

Al mese 6, Jessie era tornata al suo chilometraggio abituale di corsa e mi ha inviato con orgoglio una foto mentre correva, con la didascalia: «Zero dolore. 100% grinta.»

Conclusione

Il caso di Jessie mi ha ricordato qualcosa di semplice ma profondo: non trattiamo solo i tendini, ma lavoriamo anche sul sistema nervoso influenzando convinzioni e stile di vita.

La ricerca mi ha fornito la struttura: progressione del carico, soglie di dolore, tempi di recupero. Jessie mi ha insegnato una lezione: il progresso raramente è lineare e l’empatia accelera la guarigione tanto quanto l’esercizio.

Quando ha concluso il percorso mi ha detto: «Non ho solo recuperato l’anca. Ho recuperato la fiducia in me stessa.»
E, per me, è qui che l’evidenza incontra la dimensione umana della cura.

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